Buona Pasqua di un anno uovo ðŸ¥š

Oggi è Pasqua e abbiamo mangiato la lasagna fatta in casa, dopo aver trovato la pasta all’uovo al supermercato per pura fortuna: mi sono dovuta infilare nello scaffale per agguantarla. Non so perché, ma mi sono immaginata masse di italiani in corsa per accaparrarsi l’ultimo pezzettino di pasta e mangiare qualcosa che gli ricordasse la tradizione.

Oh, sarò pure andata all’estero, ma il cibo l’ho sempre detto che quello italiano sia il migliore.

E non può essere Pasqua senza l’uovo di cioccolata! Avevo già spiegato di come qui la maggioranza delle uova siano dentro delle scatole di cartone, contenenti uova di media o piccola grandezza. Alcune marche deluxe hanno i peluche come regalo oppure hanno le barrette di cioccolata perchè dopo esserti mangiato l’uovo, che non hai voglia di 3 barrette grondanti di caramello? No? Ne sei proprio sicuro?

Quest’anno ho optato la marca Cadbury per Fidanzato che credo sia la marca di cioccolata più cioccolatosa sul mercato: immaginatevi la cioccolata.

Benissimo.

Poi ancora più cioccolata.

No, non è abbastanza, immaginatevela sul palato che vi cementifica le papille gustative.

Adesso gusterete cioccolata per sempre.

Ecco, la Cadbury ha questo sapore.

Cosa l’ho comprata a fare? Beh, farà pure male, ma è buona.

Abbiamo anche l’uovo della Kinder quest’anno a grande richiesta, trovato in un minimarket vicino casa… Pure a 30 anni non si disegna mica, no?


Uova di Pasqua
Uova di Pasqua 2021

Nel frattempo, c’è da dire che il lockdown ha dato i suoi risultati: in UK cisono meno infetti, metà della popolazione ha ricevuto il vaccino e si riaprono i negozi il 12 aprile in Inghilterra e Galles, a fine mese a quanto pare qui in Scozia. Ma in un paese dove le poste sono impeccabili e la burocrazia è sempre stata easy-peasy-lemon-squeezy mi sembra pure più che normale.

Poi vabbè, che siano degli zozzoni ormai lo sapete perché ve l’ho raccontato. Speriamo di non fare un altro buco nell’acqua e ritornare a dove stavamo un anno prima.

Speriamo di no. Speriamo.

Vi lascio con l’ultima foto scattata da casa, magari prima o poi tornerò a mettere il Castello.

Il coniglio Peter Rabbit è dell’anno scorso ma fa sempre Pasqua.

Happy Easter!

Due fra le traduzioni e gli adattamenti più strani in anime e videogiochi

Avevo pubblicato tempo fa un articolo riguardo la traduzione dei titoli dei film dall’inglese all’italiano, parlando di come in alcuni casi le traduzioni fossero risultate un po’ strane, facendo passare un film drammatico per una commedia – caso eclatante di Se Mi Lasci Ti Cancello.

Ma quando parliamo di anime, cartoni animati tratti dai manga giapponesi, la situazione non migliora mica, anzi.

Il più delle volte la traduzione italiana veniva effettuata prendendo come riferimento il prodotto già tradotto in inglese: vediamo quindi che cosa hanno combinato gli americani per quanto riguarda i Pokémon e Ace Attorney.

Le stranissime “ciambelle” di Brock, Pokémon

Nel cartone animato dei Pokémon, Ash, Misty e Brock erano i protagonisti indiscussi della serie, viaggiando in lungo e in largo per catturare Pokémon, i piccoli mostriciattoli colorati dai poteri tutti diversi. Gottacheccemmol era la famosa sigla storpiata da tutti, cantata in italiano da Giorgio Vanni.

Voglio andare dove mi va e non fermarmi qua…

Nell’episodio 25 dell’anime, Brock ha in mano dei tipici onigiri, polpette di riso con ripieno di pesce, piatto tipico giapponese.

File:Donuts.png
Brock con le sue “ciambelle” – fonte WikiPokemonCentral

Come li chiama nel doppiaggio? Ciambelle al gusto di salmone. Le ciambelle. Al samone.

Che bontà!

In Inglese, avevano tradotto gli onigiri con doughnuts, pensando che il termine fosse più familiare allo spettatore occidentale: peccato che Brock non stesse reggendo per niente delle ciambelle.

Nel nuovo doppiaggio italiano sono chiamate polpette di riso: chissà se oggi avessero deciso di mantenere il termine onigiri anche nell’adattamento inglese visto il successo della cucina orientale dopo quasi 25 anni.

L’America di Ace Attorney

File:Phoenix Wright.png
Phoenix Wright

Ma le ciambelle di Brock non sono nulla se si pensa a cosa si è fatto per la traduzione di Ace Attorney, serie di videogiochi iniziata nel 2001 per il GameBoy Advance che poi negli anni è arrivata anche su tutte le altre piattaforme.

Si interpreta il giovane Phoenix Wright, avvocato alle prime armi, che deve cercare di provare l’innocenza dei suoi clienti durante il processo, presentando prove e scegliendo le parole giuste per convincere il giudice.

Ogni riferimento alla cultura giapponese è stato eliminato; la storia che si svolge chiaramente in Giappone, nell’edizione occidentale è ambientata a Los Angeles; la giovane assistente di Wright, Maya Fey, è ghiotta di hamburger invece che di ramen; l’accento di un personaggio proveniente da Osaka ha un forte accento texano che viene reso nei sottotitoli del gioco. Quest’ultimo è un escamotage usato anche in altri videogiochi (es. la serie Yakuza) ed anime, per cercare di rendere la differenza tra l’accento di un personaggio ed un altro che altrimenti nella traduzione e doppiaggio si perderebbe del tutto.

Con il passare del tempo, mettici pure che i giocatori più giovani sono cresciuti e sanno ormai cosa sia il Giappone, certi dettagli saltano all’occhio subito e stonano con l’ambientazione. Per esempio, c’è un omicidio che avviene in un templio sperduto nelle montagne, chiaramente legato alla fede shintoista; o ancora, quando il personaggio di Phoenix Wright ha il raffreddore, indossa una mascherina: in Giappone è sempre stato normale indossarla se malati, mentre nel 2001 in Occidente le indossavano solo i medici. Il personaggio nella traduzione deve spiegare che il suo medico gli ha consigliato di indossarla per non far ammalare gli altri…

E ci fermiamo qui.

phoenix wright GIF
Obiezione! Tipica scena durante un caso in Ace Attorney.

Insomma, tradurre ed adattare un’opera da una lingua all’altra non è mai semplice, ma ci si prova alla meno peggio. Fortunatamente più si va avanti e meno si stravolge l’opera originale, come giusto che sia: più onigiri e meno ciambelle!

Spotify, come ascoltare la musica quando non la trovi da nessuna parte

Let’s listen to some music!

Non uso moltissime app e Spotify era fra queste: tra le più conosciute per ascoltare la musica senza limiti, l’ho scaricata sul PC per la prima volta quando stavo cercando il nuovo album del maestro Sawano Hiroyuki, IV, uscito il 3 marzo 2021. Per chi non lo conoscesse, è il compositore di alcune fra le colonne sonore di anime famosi come Aldnoah.Zero, Seven Deadly Sins e Attack on Titan. Essendo disponibile su Spotify, ho deciso di provarlo: ho creato un account ed ero pronta per esplorare tutta la musica che volevo.

Ovviamente Spotify non mi paga per parlarne bene, ma non credo che abbia bisogno di presentazioni: applicazione di streaming audio fatta in Svezia, viene usata da più di 140 milioni di utenti nel mondo.

Dopo i primi giorni di utilizzo, Spotify ha creato per me delle playlist in base alle canzoni ed artisti ascoltati per portarmi indietro nel tempo: praticamente sembrava di essere tornati in primo superiore con i My Chemical Romance, 30 seconds to mars e l’ondata Emo. Immagino che inserire la mia data di nascita al momento della registrazione abbia aiutato nella selezione delle canzoni. Qualche canzone mi chiedo come facessi ad ascoltarla, ma ero in piena adolescenza e andavo a scuola. Per lo meno loro mi hanno portato ai Nirvana, band che però Spotify non mi ha consigliato neanche per sbaglio. Lo dovrò indirizzare io.

Si possono creare playlist, selezionare brani come preferiti e seguire anche gli artisti che più ci interessano.

Ogni tanto c’è la pubblicità che di questi tempi è solo di internet illimitato a millemillantamila giga, pranzo pasquale a base di agnello di Tesco (ma poveraccio) e messaggi post apocalittici (ma va) dal governo locale che ci avvisa degli zombie che si aggirano per le strade della città. Non è chissà quanto fastidiosa, ma se non la si vuole proprio basta passare all’account a pagamento premium, come ovvio che sia.

Non solo Spotify

Ricorda molto Deezer, anche lui un servizio di streaming francese che permette di ascoltare la musica che si vuole sia gratuitamente che a pagamento. Lo usai ai tempi per trovare canzoni nuove da ascoltare, quando ancora Spotify non era l’applicazione famosa che è diventata oggi.

E per non parlare di Pandora, ancora più vecchio, anno di nascita 2000: il servizio è disponibile solo negli Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda. Per problemi di licenze, fu sospeso in Italia con mio grande dispiacere poiché era l’unico servizio in quegli anni dove fosse possibile ascoltare una canzone per poi esplorare il catalogo musicale in base al genere selezionato

Certo, oggi con Spotify il problema è risolto.

Quindi?

Detto da una che usa ancora le playlist di Youtube come sottofondo o i video che durano più di un’ora e mezza, Spotify può essere un ripiego niente male quando non si ha voglia di cercare la colonna sonora della giornata, partendo magari da un artista che ci piace; o magari, si possono ascoltare le tante playlist già fatte per il lavoro, l’esercizio fisico o lo studio, anche podcast originali.

Inoltre il più delle volte, album appena pubblicati si possono trovare con facilità su Spotify piuttosto che altrove.

Certo, magari non troverete tutta la musica del mondo, ma in quel caso si può tornare al punto 1 su Youtube: lì le colonne sonore dei miei video giochi preferiti le trovo ancora.

Screenshot dell’interfaccia di Spotify sul computer.

Il cibo quello buono

Okay, sarà che al Lidl sarà quasi tutto fatto in Germania, ma detto fra noi chissene frega. Quando leggo il marchio Italiamo ho capito che devo lasciare perdere tutto quello che ho intorno per accaparrarmi anche l’ultimo biscotto simil-cantuccino sullo scaffale.

Foto della spesa della scorsa settimana, uscita sfocata forse dal troppo giubilio.

Ero abituata alla settimana USA che facevano nei Lidl in Italia, quella dove potevi trovare marshmallow, hamburger e barattoloni di burro d’arachidi come se piovesse per farci i muffin: ecco, qui adesso lo trovi ovunque, non hai bisogno della settimana americana.

Ma hai bisogno, estremamente bisogno della settimana dedicata all’Italia.

Perché dite quello che volete, ma sentire il sapore del prosciutto cotto come deve essere fatto, le olive e i cantucci (prodotti in Germania) ti fa sentire come se giusto per il momento della degustazione te ne fossi tornato in Italia.

Il momento è molto, molto breve.

Coppie socialmente distanziate erano attorno agli scaffali speciali del Lidl, stile api sui fiori, caricandosi i carrelli di pasta e sughi; ho preso l’ultimo pacco di cantucci con velocità per poi dileguarmi alla ricerca dell’olio Monini che non c’era.

Ovvio.

E nemmeno la mozzarella, che quella buona la mangio solo sulla pizza della pizzeria napoletana quando vogliamo sgarrare… Detto da una che la mozzarella non l’ha mai potuta soffrire in vita sua.

Certe cose ti accorgi che ti mancano solo quando non ce le hai sotto il naso.

Le olive ce le siamo già fatte fuori ovviamente, sono state le prime a perdere contro la nostra voracità, ahimè.

Adesso pare che al Lidl sia il turno della settimana francese, anche se molti richiedono a gran voce quella greca: ma a giudicare dallo stato degli scaffali durante quella italiana, io la proporrei più spesso.

Tipo una volta ogni due mesi, ogni uno; ogni tre settimane; ogni due, toh.

Ogni giorno.

E lo dico che non sono assolutamente di parte, no no.

Buon appetito.

Cells At Work! – La controparte moderna anime di Esplorando il Corpo Umano, RECENSIONE FLASH

A woman in red holds a package, standing next to a man clad in white clothes with bloodstains
Copertina del primo volume.

Cells At Work! (はたらく細胞, Hataraku Saibou) è un manga di Akane Shimizo da cui è stato tratto anche un anime di due stagioni, la seconda attualmente in corso. Racconta delle vicende che accadono alle cellule del nostro corpo, seguendo il personaggio di AE3803, una giovane globula rossa goffa ma dolcissima, e U-1146, un globulo bianco impegnato a combattere contro germi, batteri e virus che minacciano il corpo umano in cui risiedono.

Cells at Work! screenshot
Il globulo bianco e globulo rosso secondo Cells At Work!, Credits Anime Planet

Ma il corpo ha tante, tantissime cellule che lo compongono! Quindi ecco esserci anche le piccole piastrine come alunni di una classe elementare, i macrofagi come delle giovani donne vestite da cameriere ma sempre pronte all’attacco, i linfociti T organizzati come un vero e proprio esercito militare… Insomma, ci sono proprio tutti.

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La nostra globula rossa a sinistra con un’altra sua collega, Credits Anime Planet.

Forse ricorderete la famosa serie di cartoni animati Esplorando il Corpo Umano della DeAgostini che ha insegnato per anni con leggerezza come funzionasse il nostro corpo; bene, Cells At Work! può essere considerato una sorta di successore spirituale per i più grandi che sono appassionati di animazione giapponese.

Cells at Work! screenshot
Il globulo bianco impegnato contro uno pneumococco, batterio principale causa della polmonite, Credits Anime Planet.

Credo possa essere apprezzato anche dal pubblico che ritiene che gli anime siano solo cartoni per bambini (niente di più sbagliato) poiché le nozioni scientifiche sono spiegate dalla voce narrante con grande chiarezza senza rompere però l’atmosfera leggera ed un po’ parodistica della serie. Diverse persone attive in campo scientifico hanno lodato questa serie animata: molti sono i medici che su YouTube hanno guardato la prima puntata dell’anime sorpresi da quanto fosse accurata oltre che divertente.

Il successo di Cells At Work! ha portato alla produzione di un anime spin-off Cells At Work! BLACK dove si seguono le disavventure delle cellule che vivono in un corpo non sano afflitto da stress, fumo e cattiva dieta. Brrr.

In Italia è pubblicato dalla Star Comics come Cells At Work! Lavori in Corpo, mentre l’anime si può trovare su CrunchyRoll con i sottotitoli in inglese. In italiano, la Yamato Animation su Youtube ha caricato la seconda stagione!

Qui su YouTube la sigla di apertura della prima stagione di Cells At Work!

Come un videogioco ha predetto la pandemia – o quasi

Sto parlando di World of Warcraft, un videogioco MMORPG (massively multiplayer online role-playing game, ovvero gioco di ruolo in rete multigiocatore di massa) che permette di giocare come un personaggio fantastico di questo mondo vastissimo, esplorando nuove terre e combattendo i nemici.

Ma cosa hanno in comune un gioco online e la pandemia moderna?

Hakkar e la sua maledizione

Hakkar the Soulflayer, illustrazione ufficiale del mostro, Blizzard Entertainment Inc.

Era il 13 settembre del 2005, quando finalmente i giocatori poterono scontrarsi contro un nuovo mostro, Hakkar, un serpente piumato e boss finale di una nuova zona chiamata Zul’Gurub. Per la prima volta nella storia di World of Warcraft, gruppi di 20 giocatori potevano unire le forze per sconfiggere Hakkar. Una sua abilità, Corrupted Blood (sangue corrotto), lo rendeva molto difficile da sconfiggere: infliggeva tra i 263 e i 337 danni ogni 2 secondi e durava ben 10 secondi, potendo portare alla morte certa.

Ovviamente, questa maledizione era stata pensata per restare solo nella zona in cui i giocatori dovevano affrontare Hakkar, ma le cose andarono diversamente.

Corrupted Blood si diffonde in tutto il gioco

Screenshot dal gioco, dove un giocatore si trova nella città di Ironforge circondato dagli scheletri dei personaggi, Blizzard Entertainment Inc.

La maledizione di Hakkar poteva colpire anche i pet dei cacciatori e degli stregoni, due classi giocabili che a differenza delle altre potevano avere dei famigli durante le loro avventure. Una volta sconfitto Hakkar, tornando nelle città principali, i famigli colpiti da Corrupted Blood iniziarono a diffondere la maledizione a giocatori di ogni livello e classe.

La maledizione aveva fatto il salto di specie.

Purtroppo, anche gli NPC (Non Playable Caratcher) ovvero i personaggi non giocabili del gioco che fornivano missioni e ricompense erano stati vittime della maledizione, senza però morire: in parole povere, erano asintomatici.

Il problema si presentò per i nuovi giocatori di livello basso e con punti vita minori, ritrovandosi costantemente a dover morire perchè infetti, per poi tornare in vita nello stesso luogo e prendersi di nuovo la maledizione in un loop infinito. Nel gioco infatti, alla morte si può muovere il proprio spirito per raggiungere il luogo del proprio corpo e tornare in vita.

Corrupted Blood era diventata la prima pandemia virtuale e sembrava non finire mai.

La città di Orgrimmar disseminata di scheletri, Blizzard Entertainment Inc.

Trovare una soluzione

Eric Lofgren, epidemiologo e grande video giocatore, nel 2007 aveva osservato con interesse il modo in cui i giocatori si comportarono durante quella situazione così bizzara: poteva essere una simulazione di come gli esseri umani avrebbero affrontato una vera pandemia?

C’è da dire che le similitudini a ciò che è successo oggi sono inquietanti.

Alcuni giocatori di livello più alto con abilità curative (sacerdoti, druidi e paladini), cercarono di aiutare quelli di livello più basso creando degli spazi di quarantena così da contenere la maledizione e non propagarla ulteriormente, finendo però infetti anche loro. La stessa Blizzard, sviluppatore del gioco, cercò inizialmente di forzare i giocatori infetti in una quarantena contenitiva.

Ovviamente, non tutti volevano trascorrere il proprio tempo di gioco fermo in un solo luogo, andando contro le regole e propagando ancora di più la maledizione: vi ricorda qualcuno?

E altri ancora decisero di ritirarsi nei luoghi meno affollati, fuggendo dalle grandi città come i ragazzi del Decamerone di Boccaccio, barricandosi in zone incontaminate senza però poter proseguire con le missioni o recarsi all’asta cittadina. Già perché anche in questo mondo, le città sono pur sempre il fulcro economico che manda avanti la società.

La fine?

La Blizzard dovette riavviare il server di gioco infetto, modificando l’effetto di Corrupted Blood: se un personaggio fosse stato colpito, non avrebbe più diffuso l’effetto mortale ai propri vicini.

Pensando che noi non possiamo riavviare il server della Terra per portarla alla versione senza virus e che non possiamo nemmeno modificare il virus in sè e dirgli come comportarsi… L’unica cosa che possiamo fare è essere meno troll e comportarci da persone civili, non trattare la pandemia come un semplice gioco.

Senza offesa per i troll di World of Warcraft.


Link agli articoli in inglese consultati: Wired e Corrupted Blood

Lost Boy di Christina Henry

Lost Boy di Christina Henry è un libro in inglese che mi ha incantata dopo solo aver letto le prime pagine perchè la premessa era molto buona: prendete tutto quello che sapete di Peter Pan e Capitan Uncino e dimenticatevelo, non è una storia per bambini. Quindi niente Campanellino che ci fa volare via per vivere un’avventura fantastica, niente “io sono il bene e tu sei il male”, niente bianco e nero.

La trama

Seguiamo la vicenda di Jamie, un bambino che fa parte del gruppo dei Bimbi Sperduti (Lost Boys) di Peter Pan: trascorrono le giornate a cacciare, a far la lotta e a dar fastidio ai pirati che di tanto in tanto arrivano all’Isola Che Non C’è. Jamie, come gli altri, non cresce mai, perdendo il senso del tempo: quanti anno sono passati da quando ha iniziato a vivere con Peter in quello stato di eterna giovinezza? Cinque, dieci, venti? Il tempo è un concetto che non esiste sull’Isola, e sicuramente, per Peter non sembra essere un problema.

Purtroppo però, altri bambini non sono fortunati come Jamie: alcuni sono troppo piccoli per sopravvivere a quel mondo crudele, fatto di lotte e malattia. Una delle regole di Peter? Una volta sull’isola, è severamente vietato tornare nel mondo reale. Dopotutto, chi vorrebbe tornare in un mondo di adulti dove si cresce e non si è più bambini?

Costretto a dover vedere sempre più amici morire e dover fare più lavoro del capo gruppo, il fascino per Peter Pan inizierà a svanire: Jamie inizia a crescere di qualche centimetro di giorno in giorno, sempre più confuso e divorato dai sensi di colpa.

Che la magia stia svanendo una volta per tutte? Che significhi questo crescere?

E se Peter Pan fosse il cattivo?

Mi piacciono le storie che stravolgono figure dei cattivi classici come Capitan Uncino, rendendoli così più umani e vicini a noi; al contrario, Peter Pan ricorda uno spirito maligno egoista ed infantile che mette al primo posto sè stesso e poi il resto del suo gruppo. Il suo carisma è tossico, l’amicizia che promette è fittizia e per nulla eterna. Che poi in effetti, Peter Pan è sempre stato un po’ inquietante: da dove viene? Chi è questo eterno bambino che si rifiuta (o non può) di crescere?

Pensavo fosse molto palese di come potesse chiudersi la vicenda: dopotutto, si tratta di una storia che ci viene raccontata attraverso gli occhi di Capitan Uncino; invece, sono stata sorpresa fino alla fine dalla quantità di colpi di scena.

Dopo aver letto dell’infanzia di Jamie… Forse, Capitan Uncino non ha mica tutti i torti ad avercela a morte con Peter.

Altri libri come Lost Boy

Christina Henry è nota per aver preso ispirazione dalle fiabe più famose al mondo per poi renderle dark e molto più mature nei suoi libri. Oltre a Lost Boy, segnalo anche The Girl in Red (una Cappuccetto Rosso dark, ambientato in un futuro apocalittico) e Alice (dove il personaggio di Alice è adulto e si trova in un manicomio, senza ricordare il suo passato, o quasi).

Entrambi sono molto più violenti e si allotanano dalla trama classica della fiaba di appartenenza, ma lo stile è della Henry è scorrevole ed accattivante.

Happy reading! Con la luce accesa, va.

Un fumetto misterioso, Speed Loop

Copertina dell’Episodio 0.

Correva l’anno 2006, quando i fumetti italiani mirati per ragazzi e ragazze pre-adolescenti erano molto famosi: ricorderete PK – Paperinik, Monster Allergy e le W.I.T.C.H. che uscivano mensilmente con grande successo. Devo confessare che buona parte delle medie le ho passate leggendo le avventure delle W.I.T.C.H., cinque ragazze che scoprono di possedere dei poteri magici e che combattono il male.

Sull’onda di questo successo, pare che si volle provare a pubblicare un fumetto diverso che potesse trasformarsi in un altra piccola fortuna per la Disney: sto parlando dell’Episodio Zero di Speed Loop, pubblicato come unico volume nel 2006 con la storia di Fausto Vitaliano ed i disegni di Claudio Sciarrone. Presentato al Lucca Comics di quell’anno, ad oggi è un grande mistero.

Vi racconto perché.

Cosa ne so io – La trama

I protagonisti della storia, Gilliam, PG e Reno.

Ricordo che ne venni a conoscenza proprio tramite W.I.T.C.H. che ci fece pubblicità in un numero: la storia mi intrigava perchè sembrava avere delle note di fantascienza, con qualche sorta di complotto e vita scolastica stile manga.

Quello che ricordo ad oggi? Il protagonista è un ragazzino di nome Reno che ha appena iniziato la prestigiosa scuola Pool Deeps House, dove anche la sorella maggiore si era diplomata tempo prima, quando ancora la tecnologia non regnava sovrana sulla vita studentesca. Ogni studente adesso possiede un badge che permette l’accesso alle classi, alla biblioteca, ai dormitori e perfino ai bagni (il che lo trovai esilarante).

Accompagnato dagli amici Gilliam e PJ, scopre che esiste una realtà parallela a quella in cui stanno vivendo che ruota attorno alla scuola, chiamata Speed Loop (da qui il titolo): si tratta di un videogioco letale dove per poter fuggire, bisogna giocare e fare livelli. I ragazzi ovviamente riescono a fuggire dal gioco ma vogliono scoprire la verità su di esso: perché esiste, chi lo ha creato? (Non lo sapremo mai e poi mai.)

Mettiamoci anche il mistero della mamma di Reno che era scomparsa quattro anni prima, ecco che il mistero si infittisce sempre di più: che la madre fosse finita in quel videogioco? Che la scuola fosse solo una farsa, una sorta di facciata per un esperimento più grande? Chissà. L’episodio ricordo come finisse con una scena in cui il preside della scuola sembrava nascondere molto più di quanto credessimo: per me, era più che palese che si trattasse del cattivo di turno.

Che cosa ne sa il web

In occasione della pubblicazione del fumetto, comparvero i profili dei personaggi su MySpace, nota piattaforma per i blog agli inizi degli anni 2000; in oltre, esisteva anche un sito internet con i profili dei personaggi ed informazioni in più sui luoghi visti nella storia. 15 anni fa, i social network erano ancora allo stato larvale.

Purtroppo, più che dare risposte, quei siti fornivano solo più domande e ti faceva venire voglia di un altro numero, il tanto agognato numero 1, che non arrivò mai.

Aspettavo di mese in mese, ma niente, non una pubblicità, non una parola sul web.

I siti restarono immutati nel tempo.

Oggi, il sito http://www.speedloop.it non esiste più, ma rimanda a quello della Disney International; i profili su MySpace sono scomparsi, il sito stesso ha perso lo scettro del social network più famoso (ma quella è un’altra storia).

Una delle poche testimonianze sul web di tale fumetto si trova su questo articolo in inglese pubblicato nel dicembre 2006, articolo che ho usato anche come fonte. Esistono altri siti e blog in cui trovare una recensione al riguardo, ma nessuno spiega perché non sia mai stato serializzato a dovere.

Quindi, colgo l’occasione per farvi un appello: se sapete qualcosa di più su Speed Loop, non esitate a farmelo sapere!

Anno nuovo, vita nuova (o almeno si spera)

Non ho mai passato le vacanze di Natale altrove, ma visto l’andazzo dell’anno che sta finendo, sono rimasta in Scozia dove per la prima volta ho assistito a valanghe di neve cadere dal cielo. L’altra notte, direi tra l’una e mezza e le due, il cielo si è illuminato manco fosse giorno e fiocchi fluffosi hanno ricoperto tutto il vicinato.

In giro per il web sono apparse foto di una Edimburgo da cartolina, fredda e natalizia.

Anche io ho fatto la mia parte, con l’albero scheletrico davanti casa, che non sarà maestoso come il castello del centro, ma tant’è; a riguardarlo sembra uscito da Narnia, ma non vi saprei dire di più visto che non sono mai risucita a finire il film o il libro.

Non nego sembra quasi imposibile che adesso ci sia la neve quando mi sembra solo ieri il giorno del mio compleanno, nonchè primo giorno di lockdown in Scozia; ah, come dimenticare di come credessimo che durasse sì e no una mesata, forse due. AH!

Insomma, è inutile fare delle previsioni accurate per l’anno nuovo, mai come quest’anno. Ovvio che da maezzanotte a mezzanotte e uno non cambierà nulla, ma uno ci può sempre sperare.

E se non succede la magia, abbiamo 12 mesi per provarci di nuovo.

Non sprechiamoli.

Con queste immagini glaciali vi lascio alla vostra giornata: oggi mi cimento a cucinare per il veglione (eh?) la cena di ‘sta sera, sperando di non finire di accontentarci solo dei salatini.

Grazie per avermi seguito fin qui, vi auguro un buon 2021!

Have a nice Christmas! Più safe di così…

Giornata di sole in inverno, foto scattata una domenica improvvisa.
Sole d’inverno, mi domando quanto mai potrà durare.

Questo articolo era nato come sfogo che di letterario non aveva e non ha proprio nulla: era una sorta di “lettera d’amore” passivo-aggressiva a tutti coloro che ci hanno portato a questa situazione così pittoresca, che egoisticamente mi ha portato a non vedere la mia famiglia per le feste.

Poi sono passati i giorni, ho visto persone spuntare dalle pareti muniti di bambini, bibite gassate, bevande e cibo vario; ho avuto persone rovesciare coca cola per terra e chiamarmi per dire qui ci pensi tu, vero? Senza nemmeno chiedere scusa; ho trovato slime rovesciato tra i giocattoli, nonostante ci siano mille mila cartelli chiedere di non toccare la merce se non si ha l’intenzione di pagarla e portarsela a casa.

Il mio animo battagliero si è assopito ed è diventato più disilluso, mormorando un grazie e arrivederci ad ogni cliente, no worries no worries, detto da sotto due mascherine e con la testa bassa, per evitare che il cliente senza maschera perché esente mi passasse qualche bacillo.

The Office Reaction GIF

Ormai avevo capito da mesi che tornare per le feste sarebbe stato impossibile, data la grande possibilità di un incombente lockdown sia in Scozia che in Italia. I voli sono stati tutti cancellati, le zone da 2 o 3 passeranno alla 4 che è l’equivalente della zona rossa da dopo Santo Stefano (qui Boxing Day) e tanti saluti se ne riparla a metà gennaio.

Mettiamoci pure il nuovo ceppo di virus che gira per Londra e sud-est Inghilterra, c’è solamente da ridere per non piangere.

Tante cose che avrei voluto dire ho deciso di non volerle più scrivere, anche perchè sarebbe del tutto inutile sbattere i piedi e i pugni per terra e gridare buaaaaaa voglio andare a casa per Natale buaaaaaa. Piuttosto, possiamo solo rimboccarci le maniche e cercare di comportarci nel modo più civile possibile nel nostro piccolo. Lo dico soprattutto a coloro che ancora non hanno fatto pace con l’idea che sarà un Natale diverso, quando fondamentalmente è solo un giorno come un altro. Altre culture non hanno festeggiato le loro feste, già Pasqua è stata del tutto strana.

Un altro motivo per starcene attenti.


Non ho assistito solo a scene di isteria di massa e maleducazione gratuita per fortuna: qualche cliente umano l’ho incontrato, la persona che ti sorride con lo sguardo e non ti augura la morte istantanea per non avergli imbustato un oggetto grande tanto quanto un divano in una piccola busta da 5 pence c’è stato.

Have a nice Christmas! Dicevano questi giorni i più anziani, stay safe!

Dal 26 chiudiamo di nuovo bottega e da una parte non posso esserne più che felice: dover stare dietro gli schermi di plastica durante i fine settimana per cercare di non trovarmi attaccata alla gente era snervante. Le mani mi stavano diventando secche e ogni piccolo taglietto diventava sempre peggio alla più piccola goccia di gel per mani.

Ho provato i guanti ma impacciata come sono, finivano per attaccarsi al nastro adesivo dei pacchi quando spacchettavo…

Insomma, un gran minestrone di plastica e colla.

Più safe di così.

Ci sentiamo presto, ASAP (as soon as possible).

Hey tu, che tier (livello) è questo? Come Scrooge la mattina di Natale ne The Muppet Christmas Carol, invece che chiedere che giorno sia, ci si chiede quale sia il livello della zona in cui ci si vive.